Le mani

Il viaggio in tram è il solito, tra mille scossoni, pieno di persone pigiate che cercano un minimo spazio di intimità. Mi appendo alla maniglia e le vedo, le sue mani.

Quelle mani che hanno stretto la Moka centinaia di volte, hanno accarezzato ogni mio punto, hanno impastato gnocchi la domenica, hanno sfiorato il mio viso e hanno soffiato il naso a un figlio non loro.

Quelle mani che hanno raccolto lacrime, hanno intrecciato fili colorati trasformandoli in caldi maglioni, hanno curato ginocchia sbucciate e ferite profonde.

Quelle mani che ho visto tutti i giorni per otto anni, quelle mani che non vedo più da trentanove anni, quelle mani che ora sono lì.

Avevo lasciato che quelle mani si allontanassero da me, non mi ero mosso, avevo semplicemente aspettato che se ne andassero.

Mi volto, non voglio vederla cambiata dal tempo. E poi ho paura di guardarla negli occhi.

Fisso le sue mani, le stesse e non voglio vedere altro.

Le mani si staccano, la donna si muove, scende.

Ancora una volta resto immobile e, ancora una volta, aspetto che si allontanino da me.

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