Paucis verbis

RANDAGIO

Con una mano mi sistemo la coperta, ma il freddo è dentro, lo so.

Ho il respiro debole e la tosse mi toglie le forze.

I pensieri corrono: che vita, la mia vita.

Ho combattuto lotte violente, per una donna, per un pezzo di terra, per soldi. Sono tutte disegnate sulla mia pelle, quella di un gatto randagio, come me. Ferite ormai chiuse, dolori finiti ma che rimangono lì, visibili testimoni del mio passato.

Le ricordo tutte una a una, come pure ricordo il sangue che usciva e il dolore che si fermava dentro.

Ce l’ho ancora dentro tutto questo dolore e ci sono mattine che lo risento tutto, tutto insieme.

Non so quanto futuro mi rimane, non lo sa nessuno. A volte mi sento benissimo, a volte uno straccio.

I desideri non smettono di farsi avanti: una casa più calda, un cappotto di lana, un amico con cui bere una birra. Sono tutti morti i miei amici, e a questo non riesco ad abituarmi.

Mi alzo, mi vesto e mi preparo un caffè, fumo la mia prima sigaretta. Saluto il sole e inizio un’altra lunga giornata.

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