
Fatico a ricordare il suo volto, il colore dei suoi capelli o la forma delle mani. Ricordo solo la sua bellezza.
Ma poi non so neppure come posso dire che fosse bella. Forse non l’ho neppure guardata, ero soggiogato dalla sua presenza, intimidito dall’averla accanto.
Eppure so che era bella, bellissima, la più bella donna che io avessi visto. Il suo fascino lo percepivo, lo sentivo sulla mia pelle: un fuoco che mi bruciava dentro.
Ricordo anche il suo odore. Non si trattava di un profumo, era proprio il suo odore: un misto di fiori e cuoio, un bouquet che riservano a volte i grandi vini. Nelle notti d’estate mi sembra che quell’odore mi raggiunga e mi distrugga pezzi di cervello, mandandomi in frantumi i pensieri, facendo cocci della mia vita.
Ripenso spesso a quell’unica notte che trascorremmo insieme.
Sento il rumore delle onde che penetrava dalle finestre aperte. Le cicale che cantavano anche dopo il tramonto. La luce della luna, piena, che illuminava la sua pelle e il contorno del suo viso.
Quando mi salutò al mattino, sapevo che non l’avrei più vista.
Mi disse che era promessa sposa a un uomo molto più vecchio di lei, che non amava e che era stato scelto dai suoi genitori per motivi di famiglia e di censo. Mi aveva donato una notte intera; le avevo donato tutto il tempo che mi aveva permesso.
Sono un uomo anziano ormai. E’ passato così tanto tempo, ogni volta i ricordi si diluiscono.
Di lei mi è rimasto solo un foulard di seta rossa. Lo guardo spesso, pensando come quella sia l’unica prova di non essermi inventato quell’amore, quel mio unico amore che mi ha accompagnato per tutta la vita.

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