
Anche oggi Quattordici era rimasto da solo. Non lo avevano invitato a giocare a pallone con loro.
I numeri primi facevano il bello e il cattivo tempo nel rione. Il loro nome ne faceva i padroni indiscussi del quartiere. Erano loro che decidevano cosa si doveva fare, dove andare, chi chiamare per creare le squadre.
Quattordici era sempre più triste e mesto: Mamma Dieci e Papà Quattro non sapevano più cosa fare per tirare su di morale il ragazzo. Erano due numeri pari normali, lavoratori e desideravano che il figlio fosse felice. Non capivano la sua afflizione nell’essere un numero pari: loro lo erano sempre stati e avevano avuto una bella vita.
Ma lui no, avrebbe voluto essere un numero primo o almeno un numero dispari. Come poteva piacere a una ragazza un numero tanto insulso.
Intanto gli anni passavano e, in quarta liceo, arrivò nella sua classe una splendida Nove. Era veramente una ragazza eccezionale: bella al cubo, intelligente al cubo e simpatica al cubo.
Inoltre non aveva pregiudizi sui numeri pari. Quattordici se ne innamorò all’istante. Considerato che era sempre solo, aveva dedicato molto tempo allo studio ed era diventato proprio bravo in tutte le materie.
Così, complice un problema di matematica piuttosto complesso, era riuscito ad aiutare Nove, diventando il suo beniamino.
Erano trascorsi un po’ di anni. Era stato un lungo corteggiamento, ma alla fine eccoli lì, dentro la sala parto dell’ospedale. Quattordici, finalmente sereno, tiene in braccio il piccolo Ventitrè, un numero primo tutto spettinato.
Già da tempo essere un numero pari non era più un problema, aveva superato le diffidenze e le cattiverie del mondo. Sorrise mentre guardava il suo piccolo numero, pensando che sicuramente avrebbe avuto una vita più facile della sua.

Lascia un commento