
Non ricordo esattamente il momento in cui era arrivato nella nostra classe, durante l’ultimo anno delle medie.
Ricordo solo che era arrivato accompagnato dalla Preside che aveva parlottato con l’insegnante di Lettere.
Se ne era andata salutando mentre la prof. lo presentava alla classe: “Ragazzi, lui è Maurizio De Angeli, è il vostro nuovo compagno di classe.”
Era altissimo, tanto magro da sembrare ancora più alto. Più grande di tutti noi, aveva ripetuto un anno, forse due.
Nei giorni seguenti le voci di corridoio si rincorrevano dicendo che era stato portato di peso a scuola dall’assistente sociale.
I suoi riccioli, molto più lunghi di quanto si fossero visti sino ad allora in quella scuola di periferia, gli occhi vivaci e il suo sorriso aperto lo resero velocemente molto popolare. Le ragazze lo guardavano sognanti, i ragazzi incuriositi e ammirati.
Aveva una simpatia naturale e il suo portamento era elegante. Fasciato nei jeans a campana, parlava con tutti, ascoltava guardandoti negli occhi, contagiandoti con il suo buon umore.Ricordo la fossetta che si formava a destra, a lato della bocca.
Si provava una bellissima sensazione a essere suoi amici, come se si vivesse in una favola.
Ogni tanto parlava di sé, della sua vita prima di arrivare a Torino, ma non diceva mai da dove provenisse. Sapevamo che era l’ultimo di undici figli: sicuramente una famiglia complicata la sua.
Negli ultimi mesi il suo viso si era fatto più cupo: rideva sempre, ma non con gli occhi come prima.
Suo fratello era stato arrestato: era finito sul giornale. Tutti lo avevamo letto, ma nessuno commentò la notizia in sua presenza. Si parlò di piccolo spaccio, ma in casa fu ritrovata anche refurtiva proveniente da alcuni furti in appartamento e il fratello, già maggiorenne, fu arrestato. In quei giorni sapemmo che anche suo padre era in prigione.
Sapevamo che lui era diverso, che avrebbe voluto riscattarsi, uscire da un destino già scritto.
Un giorno in cui la primavera intiepidiva l’aria, si presentò a scuola su una moto.
Era un fuoristrada, forse un KTM. Abituati a vedere motorini e qualche Vespa 50, quel mezzo ci era sembrato qualcosa di straordinario.
La avevamo accarezzata con le mani e con lo sguardo. Lui era stupendo: un principe a cavallo del suo destriero non sarebbe stato più incantevole di lui. Nessuno disse nulla, ma in molti ci chiedemmo come poteva aver fatto ad avere i soldi per comprare una moto tanto costosa.
Fu l’ultima volta che lo vedemmo. Diede una sgasata e sparì all’orizzonte con i capelli che volavano nel vento.
Non tornò più a scuola. Aveva compiuto sedici anni e le assistenti sociali non poterono fare più nulla.
L’insegnante di Lettere, la più cara tra tutte le nostre professoresse, non si arrese e provò ad andarlo a cercare a casa.
Si affacciò la madre e dal balcone, senza farla neppure salire, le disse in malo modo di non cercarlo più: era grande, non voleva più venire a scuola e sarebbe andato a lavorare.
Sono passati molti anni. Non abbiamo mai provato a ritrovarci con i miei compagni: Maurizio ci sarebbe mancato troppo.
Non era andato a lavorare, almeno non nel senso comune del termine. Passato da una gang all’altra, aveva fatto il salto e si era trovato impelagato con un boss locale. In una sparatoria per il controllo di una zona di Mirafiori Sud era stato colpito.
La sua leggenda finì lì; aveva solo diciannove anni.

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