
Dietro i bicchieri a calice intarsiati, vede una bottiglia con dentro un liquido verde. Vi è attaccata un’etichetta vergata da una grafia di altri tempi: Artemisia. Proprio come il suo nome.
Un pensiero dolce si affaccia sul suo volto, si schiude un sorriso: il ricordo della nonna in questi giorni è sempre più presente nella sua vita. Sicuramente l’etichetta è opera sua.
Sono passati già un po’ di anni dalla morte dei suoi genitori. Il tempo era volato, tra incombenze amministrative e burocratiche. Non c’era stato il tempo di soffrire sino a quando, finiti i vari adempimenti, il dolore si era affacciato prepotentemente nella sua vita, sotto forma di solitudine. Era rimasta sola.
Il rapporto con suoi genitori era sempre stato burrascoso. Sin da piccola ricorda una frattura tra lei e loro. Li percepiva molto legati e lei si sentiva sempre di troppo, un errore nella perfezione del loro rapporto. Avevano provato più volte a ricominciare, dopo liti furibonde. Alla fine, senza dirselo apertamente, avevano rinunciato. Lei era andata a vivere in un’altra città: così era più facile non frequentarsi. Una telefonata, qualche visita obbligata durante le feste. gli auguri ai compleanni e agli onomastici. I rapporti si erano assottigliati, sino quasi a scomparire in un cumulo di frasi fatte, poco più di quello di cui si possa discutere con un vicino di casa in ascensore. Aveva sofferto per la loro morte. Se ne erano andati in un mese, incapaci di vivere l’una senza l’altro. Aveva patito, ma lei sapeva che li aveva già persi tanti anni prima.
Con la nonna però era stato diverso. Lei era strana, di lei dicevano che era “anticonformista”, ma ne parlavano con disprezzo. Mormoravano che fosse preda della pazzia, ma lei sospettava che fosse solo una persona che pensava con la propria testa, una persona scomoda.
Com’era cambiato il mondo. Lei era proprio arrabbiata con il genere umano, che di umano non aveva più nulla. Guerre orribili, genocidi di bambini, egoismi a tutti i livelli: i giornali e i telegiornali sputavano notizie orribili, senza che le coscienze ne fossero toccate. Aveva guardato la Tv, dopo un bel po’ si tempo che non lo faceva, e non era riuscita a dormire. “Sei troppo sensibile” le dicevano. Che frase stupida: come poteva stare bene in un mondo così crudele, con persone come lei, che soffrivano e morivano con l’unica colpa di essere nate nella parte sbagliata del mondo?
Chissà cosa avrebbe pensato la nonna di tutto questo, lei che era sempre così gentile e premurosa con tutti.
Quella mattina di fine inverno è venuta a vedere la casa, ha dato una pulita, eliminato un po’ di polvere e ragnatele. La patina di antico che è posata su tutti gli oggetti le dà una forte malinconia, ma anche la voglia di riutilizzarli ancora un po’. Quella casa è tutto quanto le è rimasto della sua famiglia. Aveva deciso di venderla, ma ora non è più così convinta.
Nella legnaia c’è ancora della legna, accende il camino e le sembra di sentire le parole della sua ava: “Il fuoco fa compagnia”.
Con la bottiglia e un bicchiere in mano si sposta sulla poltrona di lato al camino. La fiamma dà vita e colore alla stanza: sembra che i mobili stiano ballando in quella luce calda.
Inizia a bere il liquido verde: amaro e fortissimo. Mentre scende nella gola, scalda il corpo e i pensieri. Tutto sembra essere diventare nitido: i problemi perdono la loro pesantezza e sembrano così facilmente risolvibili. Le idee si rincorrono veloci e una sensazione di felicità che non ricordava da tempo, la impregna completamente.
L’artemisia aveva aiutato la nonna a vivere bene, avrebbe potuto farlo anche con lei.
Si versa un altro bicchiere di quel liquido fatato, iniziando a pensare al trasferimento in quella dimora che ormai considera l’unico posto al mondo in cui voglia vivere.

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