
Diana oggi ha un ennesimo colloquio di lavoro.
Teme che anche questo vada male come gli ultimi dodici effettuati dalla primavera a oggi.
Lei proprio non riesce a non ridere.
Ride sempre, con gusto e felicità.
Ricorda che è sempre stato così: già all’asilo con le suore che la castigavano perché leggevano in quel riso la mancanza di buone maniere o, peggio, l’assenza di timore per l’autorità.
Così era stato anche alle elementari, dove la maestra aveva sempre letto in quel sorriso stampato un’estraniazione dalla realtà.
Ma lei semplicemente rideva, rideva sempre, di tutto e di tutti.
Faticosamente si era laureata : non con la lode perché i professori di sentivano sempre un po’ presi in giro dalle sue risate e nonostante la sua preparazione non le davano il voto meritato.
Ora doveva proprio trovarsi un lavoro. Ma come fare a non ridere?
S’impegnava sempre a non farlo, ma più ci provava e più la risata usciva violenta e completamente avulsa dalla situazione in cui si trovava.
Il colloquio di oggi però era diverso: voleva veramente riuscire ad avere quel posto.
Doveva riuscire a tutti i costi a tenere sotto controllo il suo problema. Con il tempo anche lei aveva iniziato a parlarne così, dopo aver sentito centinaio di persone che lo definivano in questi termini.
Provò a cercare una soluzione. Pensò che se avesse riso a crepapelle durante la colazione, nel tragitto sulla metropolitana, sui marciapiedi che la portavano sino al luogo dove era fissato l’appuntamento, sarebbe arrivata “scarica”; e così fece.
Prima di entrare smise di ridere, controllò nello specchietto trucco e capelli e spalancò la porta.
La segretaria che la accolse era vestita da clown e a lei non rimase che scoppiare in una sonora risata.

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