
Arrivai nel cuore della città una mattina all’alba, con un treno veloce.
Avevo preferito viaggiare nella notte: gli oltre mille chilometri che dividevano la città dal mio paese mi facevano paura. Tanto era lunga l’Italia, meglio farli dormendo, così forse la distanza mi sarebbe sembrata minore.
Non ero comunque riuscita a dormire, divorata dall’ansia: il nuovo lavoro, la nuova casa, senza parenti né amici. Aver vinto il concorso per l’abilitazione a ruolo come professoressa di Matematica era sembrato un sogno. Ma ora l’assegnazione al Liceo scientifico di quella città del nord, così lontana dalla mia vita, si stava trasformando se non in incubo, sicuramente in un buco nero dove risiedevano tante mie ataviche paure.
Ma ora ero lì, il treno si era fermato, vedevo già gli altri passeggeri in piedi accanto alla porta: dovevo scendere.
Appena misi fuori il naso dalla stazione rimasi sconcertata: era tutto grigio, non si vedeva nulla oltre una decina di metri. A stento intravidi le macchine bianche del parcheggio dei taxi.
Mi avvicinai e diedi l’indirizzo della pensione che avevo prenotato per i primi giorni, in attesa di trovare un appartamento in affitto. Avevo il tempo di darmi una sistemata prima della riunione che era fissata per le undici di quella mattina.
Sistemata sul taxi iniziai a guardare fuori dal finestrino, ma era sempre tutto grigio. Mi accorsi che eravamo vicino al fiume poiché mi sembrò che avessimo attraversato un ponte. Sembrava anche che la nebbia fosse ancora più fitta. Oltre all’ansia mi colse anche la disperazione. Dove ero finita? Perché avevo accettato questa destinazione? Perché non avevo semplicemente fatto come mia sorella, sposata con un impiegato di banca, felice e pasciuta casalinga e madre?
Avvilita pagai il taxi, lessi la targhetta del portone che indicava la pensione, salii i tre scalini ed entrai.
La camera era piccola, ma pulita e confortevole. Mobili nuovi, bagno moderno e ampio.
Feci una doccia molto calda e mi buttai un po’ sul letto a riposare. Mi addormentai per un tempo che mi sembrò lunghissimo, ma era stato solo di un paio d’ore.
Dalla finestra filtrava una luce calda. La aprii.
La mia sorpresa fu così grande che mi premetti le mani sulla bocca, come quando bambina vedevo i regali la mattina di Natale.
Davanti a me scorreva un fiume grande, con ai lati un parco enorme con gli alberi già un po’ colorati d’autunno. Oltre il fiume si ergeva una collina verdissima, con piccole casette che parevano un presepe. E sotto di me, la città ormai sveglia, piena di macchine, di rumori e di colori.
La città invisibile si era trasformata in una delle più belle che avessi mai visto.
Tutte le mie paure si sciolsero in quella visione. Misi i miei vestiti più eleganti e mi praparai ad iniziare la mia nuova vita in quella che, avevo già capito, sarebbe stata la “mia” città.

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