
Chiudo gli occhi in una muta preghiera, guardando il sole e ringrazio Dio.
Le piantine di porri seminate in estate sono tutte lì in fila, appena nate ma già dritte e verdissime.
Non posso che essere felice ogni volta che il miracolo di una nuova vita si evidenzia davanti a me.
Sono nato in Liguria, in un paese di pescatori: mio padre, mio nonno e tutti gli altri avi sono sempre stati pescatori.
Anche io avevo il destino segnato: sin da piccolo, avevo sei anni o forse meno, ero stato portato sulla barca da pesca nelle giornate meno burrascose. Non avevo paura del mare, il vasto blu mi piaceva molto, ma non potevo sopportare gli occhi dei pesci: quegli occhi che mi guardavano muti nella mancanza di ossigeno e che sembravano chiedermi ragione di quel dolore.
La loro sofferenza me la prendevo sulle mie spalle e temevo il momento in cui dovevo seguire i miei parenti su quella barca.
A scuola, un giorno di una primavera qualsiasi, il maestro si era presentato con un sacchettino di fagioli. Non poteva sapere che quel giorno mi avrebbe cambiato la vita.
Il Maestro sosteneva che era sufficiente inserire un fagiolo in un vasetto di terra, bagnare con acqua a giorni alterni in modo da mantenere sempre l’umidità e da quel seme sarebbe nata una pianta. Inutile dire che lo scetticismo era sulle facce di tutti, ma nel mio cuore albergava anche il desiderio che questo fosse possibile.
Appena a casa cercai un vasetto nell’angolo dei fiori di mia nonna, Da un suo vaso prelevai anche un po’ di terra e coprii il fagiolo. Lo posizionai in un angolo del balcone, avendo cura che ci fosse il sole, e iniziai a bagnarlo come mi era stato detto di fare.
Dopo otto giorni vidi che la terra era smossa, e dopo altri due giorni apparve il germoglio, prima bianco quasi trasparente, poi verdino e di colore sempre più intenso man mano che cresceva.
Non stavo nella pelle dalla felicità. Tutto il dolore che avevo visto negli occhi del pesce si era trasformato nella gioia di veder vivere qualcosa.
Da quel giorno non feci altro che pensare di dover cambiare il mio destino. Dovevo coltivare la terra, semimare il grano, piantare alberi.
La mia famiglia non poteva credere che io non volessi fare il pescatore: la barca era lì, risistemata da poco e attrezzata con tutte le novità esistenti sul mercato per rendere quel lavoro meno duro.
Ma io avevo deciso che avrei interrotto quel destino che sembrava già scritto per me.
Cercai una casa con un po’ di terreno e iniziai a piantare qualsiasi cosa. Col tempo comprai altro terreno e costruii una grande casa dove abito tutt’ora.
La casa si riempì di figli e nipoti, poi si svuotò di nuovo e rimanemmo solo io e la donna che per tutti questi anni mi è rimasta accanto.
Ora sono solo, non riesco più a coltivare tutto il mio podere.
Ho tenuto solo un pezzetto di terra vicino a casa dove mi dedico all’orto, la parte restante del terreno l’ho regalata all’unico nipote che ama e che vuole fare il mio lavoro.
Per ironia della sorte porta lo stesso mio nome: Martino Pescatore.

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