Teresa

Teresa guarda dentro il pozzo. Appoggiata sul muretto di pietra, quasi inginocchiata in una muta preghiera.

Non piange, non più. Tutto il dolore provato nella sua vita le si è come disseccato dentro, prosciugando le lacrime e la voglia di vivere.

 

Vent’anni aveva e quel bel ragazzo lo ricorda ancora. L’immagine del suo volto alberga dentro di lei, stampata vivida dentro il suo cuore.

Biondo, occhi neri, un fazzoletto rosso al collo. Figlio di un’altra terra, una terra lontana ma italiana, venuto a difendere, anzi a riportare, la libertà.

Un partigiano, un comunista, un senzadìo.

Come dimenticare le urla di quel padre, la cui mente ottenebrata dalla religione non riusciva neppure a concepire l’amore, anche sua madre si era piegata: brava donna ma bigotta sino al midollo. Sapevano che lei sarebbe scappata con lui e quindi per moltissimi giorni, forse venti, forse di più, l’avevano rinchiusa in cantina, sino a quando la pattuglia partigiana era scomparsa dalla vista.

Un dolore, il dolore, quel dolore che, da allora, ogni tanto, si insinua sotto la sua pelle e la fa piegare in due, come in questo momento. 

Voleva farla pagare, doveva farla pagare ai suoi genitori. E invece fece del male solo a se stessa.

Nei giorni che seguirono la fine della guerra, in paese passò un uomo: un commerciante che arrivava dalla Liguria e vendeva acciughe e olio d’oliva.

Lo sposò e andò via con lui: voleva solo sparire da quella casa, da quelle colline delle Langhe che odiava.

Ma il dolore non svaniva, anzi si presentava puntuale ogni volta che la vita le procurava una piccola gioia.

Non c’era mai stata felicità per lei. Il marito si rivelò per quello che era: non cattivo, ma insulso e ignorante. Non lo amava e non riusciva neppure ad amare suo figlio, identico a lui.

Teresa era bellissima. Fianchi larghi e seno prosperoso: una vera bellezza degli anni Cinquanta. A Quiliano, dove viveva da quando si era sposata, la conoscevano tutti: non passava inosservata. Sapeva cucire, era un’ottima sarta, e con pochi metri di stoffa si creava vestiti deliziosi.

Non ricorda neppure più come, ma quando Antonio, l’appuntato della locale caserma dei Carabinieri, le sorrise, lei, come la sventurata manzoniana, rispose.

Dopo vent’anni esatti era tornata dai suoi genitori. Non sapeva cosa fare, dove andare. Disperata, aveva cercato il conforto di sua madre. Il padre non le rivolse neppure la parola. Quando il vestito lasciò intravedere la curva dolce della pancia, il suo sguardo disse cose che non avevano bisogno di ulteriori spiegazioni.

La sua famiglia non esisteva, non c’era oggi come non c’era stata  mai. 

La fotografia di Antonio, in divisa, che per anni aveva tenuto in un cassetto del comò, nascosta sotto la sua biancheria, era ora tra le sue mani.

Quando a metà mattina non si presentò in cucina, per la colazione, la madre andò a cercarla, ma nel letto non c’era. In pochi minuti corse al pozzo e trovò le sue scarpette rosse, sistemate bene, di lato al muretto.

Scese il fratello più giovane, legato con una corda, a recuperarla.

Il volto bagnato sembrava ora disteso in un pianto dolce. 

 

Mi piace pensare che Teresa, prima di morire, sia finalmente riuscita a liberare le lacrime.

Lascia un commento